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Accusa degli USA: hacker cinesi hanno violato i server del Vaticano

Hacker cinesi avrebbero violato i server del Vaticano, l’accusa arriva dagli USA: si sarebbero infiltrati attraverso un malware inserito in una e-mail dal gruppo identificato come RedDelta, riconducibile ai servizi di Pechino, per spiare la trattativa tra Santa Sede e Cina per il rinnovo dell’accordo sulla nomina dei vescovi cinesi. Pechino rigetta le accuse e chiede le prove.

Il Governo italiano vuole ingaggiare 70 esperti di cyber security in grado di difendere dagli attacchi informatici palazzo Chigi e i vari ministeri. Il bando dovrebbe uscire entro agosto.

Il Congresso tuona contro i ceo big-tech: “state uccidendo la concorrenza”. Ma i numeri uno di Amazon, Facebook, Google, Apple rivendicano: “rappresentiamo la libertà americana contro il modello cinese di Internet”. Il ceo di Tik Tok si sente chiamato in causa e parla di attacchi diffamatori camuffati da patriottismo. Intanto Facebook per fermare l’ascesa del concorrente cinese sta offrendo centinaia di migliaia di dollari ai maggiori influencer già presenti su Tik Tok per convincerli a spostarsi sul suo Reels (di Instagram), una piattaforma di video sharing molto simile.

Erdogan ora mette il bavaglio anche ai social media. Ieri il parlamento turco ha approvato una legge che conferisce al governo maggiori poteri per regolare i contenuti dei social media, che saranno limitati dal Governo. Il disegno di legge ordina alle piattaforme dei social media con oltre un milione di utenti giornalieri ­ come Facebook, Twitter e YouTube ­ di aprire uffici in Turchia e impone rigide sanzioni se le società si rifiuteranno di seguire le direttive del governo sulla rimozione dei contenuti considerati offensivi. È previsto anche il rallentamento della larghezza di banda dei siti fino al 90 per cento, il che li renderà di fatto inaccessibili. E le società hanno 48 ore di tempo per conformarsi alle disposizioni del governo oppure rischiano multe di oltre 700 mila dollari.

Una influencer egiziana di TikTok, Manar Samy, è stata condannata a tre anni di carcere da un tribunale del Cairo per “incitamento alla dissolutezza” nei video che aveva condiviso sulla piattaforma: balla e canta nella riproduzione di canzoni di successo, “contrariamente alla buona morale” e “con l’obiettivo di prostituirsi”, secondo l’accusa.