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La fiera delle vanità

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La fiera delle vanità

Narcisismo digitale, la vanità soppianta il contenuto. Come parlare a un pubblico disattento ed anestetizzato che non riconosce più meriti e leadership?

La riflessione di Andrea Barchiesi su Prima Comunicazione di gennaio.

I selfie, Vanità o calcolo? Un tempo i re e i potenti adornavano le sale principali con dei ritratti di sé stessi che ne immortalassero le fattezze, l’importanza e il ruolo. Una sorta di protoselfie con il pittore nel ruolo dello smartphone. Un tempo erano pochi. Nell’era dei social ognuno è un re, ha un suo reame digitale più o meno grande e si compiace del seguito che genera. Uno degli effetti collaterali, troppo sottovalutato, di questa rivoluzione sociale è che consente la materializzazione di un Io aspirazionale, selettivo, che propone una immagine patinata, desiderata ma molto lontana da quella reale. Le vite vengono rappresentate secondo un copione, scegliendo i momenti con un lavoro maniacale tra centinaia di scatti, cercando di attirare consenso, ammirazione e invidia. Si crea quindi uno scenario di comunicazione molto complesso in cui quello che prima era un pubblico si polverizza in milioni di bolle individuali, di emittenti che mandano in onda uno show personale. Fino ad ora non abbiamo mai parlato di giovani per una ragione molto semplice: il fenomeno è molto più trasversale di quanto si possa immaginare, non risparmia affatto la cosiddetta età matura.

I selfie, che come ha notato Pamela Rutledge della Massachusetts School of Professional Psychology semanticamente significa “piccolo sé”, sono la rappresentazione evidente di questa narcisistica richiesta di consenso. Alcuni studi della Ohio State University correlano la quantità di selfie nei social network con disturbi della personalità che vanno dalla scarsa empatia fino alla psicopatia. Questo fenomeno spesso è liquidato con scherno e troppa superficialità mentre al contrario richiederebbe una profonda riflessione.

Non va visto come sintomo di una società decadente ma come l’effetto di un quadro complesso di mutamenti che vede riscritte anche le regole del successo, del merito, dell’accettazione, della relazione e della violenza. L’ascensore sociale ha smesso di funzionare e il duro e paziente lavoro viene sostituito nei media da talent che catapultano sconosciuti ai vertici della popolarità. Stando al 52° Rapporto Censis, la metà del nostro Paese (il 49,5%) crede in un sogno americano all’italiana, ovvero è convinta che chiunque possa diventare famoso. E ci credono soprattutto i giovani (18-34) per i quali la percentuale sale al 53,3%. È cambiato radicalmente il concetto di celebrity, che non è più elitario: per il 30,2% (se si tratta di giovani per il 41,6%), l’elemento fondamentale per essere una celebrità è la popolarità sui social network, per un quarto degli italiani i divi non esistono più e in ogni caso solo un italiano su dieci dichiara di ispirarsi a loro come modello per la propria vita. Caduta delle stelle, mancato riconoscimento di meriti e leadership e, di contro, affermazione dell’uomo qualunque che, di fronte al rapido proliferare di webstar, youtuber, influencer, anche comprensibilmente, pensa di poter entrare in quella schiera se si mette di impegno nel bombardamento quotidiano di selfie su Instagram, principale regno di questa nuova vanità.

Nel 2017, infatti, a parte il generalissimo #love, l’hashtag più postato su Instagram è stato #fashion, usato non certo solo da modelle e influencer del settore, ma indistintamente da chiunque per mettere in mostra il proprio outfit (oggi si dice così, look è anni 90). E ancora: #photooftheday, #beautiful, #happy, #picoftheday, in un insensato affanno quotidiano a chi posta la foto definitiva (“la foto del giorno”) e a mostrarsi belli e felici. E non è una cosa da ragazzini: il 59% degli utenti Instagram in Italia supera i 35 anni. Un narcisismo collettivo che nasconde non pochi punti d’ombra, considerato i sempre più frequenti casi di chi, da questa macchina della vanità e conseguentemente del voyeurismo, rimane sopraffatto e schiacciato. Ricordiamo tutti il caso di Tiziana Cantone, o delle altre numerose vittime di cyberbullismo. I politici negli ultimi anni hanno compreso la forza dirompente dei social network trasformandoli nel loro primo canale di comunicazione disintermediando, ma senza disdegnare, la stampa e i media tradizionali. Facebook e Twitter i loro canali principali.

I ragazzi Facebook non lo aprono più da anni. Ma anche se volessimo mettere per un momento da parte la distanza siderale tra generazioni (che un giorno prima o poi dovranno pur parlarsi) e ci concentrassimo su un pubblico adulto, il problema si mostrerebbe ugualmente in tutta la sua attualità e urgenza. Qualcuno potrebbe domandarsi: perché questa vanità collettiva è un problema?  Non abbiamo questioni ben più importanti? Forse, ma questo è un punto dirimente poiché aggredisce i meccanismi sociali di regolazione dei rapporti interpersonali e ha conseguenze molto preoccupanti.

Primo, la superficialità, questa forma di comunicazione che ha come fine ultimo sé stessi soppianta in larga parte i contenuti schiacciando il dialogo che passa da essere fine a mezzo per la vanità. Chi è scettico su questo punto faccia un giro su Instagram e provi a segnarsi statisticamente i temi che vengono toccati dai profili densi di #picoftheday. Preparatevi al peggio.

Secondo, la capacità di ascolto, chi va in scena nella rappresentazione di sé stesso è molto poco attento a tutto quello che non la riguarda. Il resto diventa “fuori tema”. Una sorta di intorpidimento intellettivo.

Terzo, insicurezza, individui sempre più soli, fragili e bisognosi di conferme che oggi si specchiano in una società sempre più liquida fatta di relazioni spesso più digitali che fisiche. Si crea una spirale discendente che porta i soggetti ad eccedere sempre più e a sprofondare nell’ansia se il loro riscontro sociale decade. L’ansia degenera e catalizza spesso rabbia che per questi profili non è verso sé stessi ma verso gli altri, “chiaramente” unici responsabili dei loro fallimenti. La rabbia nei social è sempre sotto il pelo dell’acqua, pronta ad aggredire con violenza la vittima del momento, vero e concreto capro espiatorio (molto reale e poco digitale).

Quarto, non certo per importanza, il tramonto del merito e della leadership, nella vanità il merito (per i tanti che non lo hanno) è ostacolo e fatica e la leadership altrui un danno. Tirando le somme stanno saltando gli schemi della relazione sociale, e il quadro è preoccupante: Una massa crescente di persone di ogni età molto attente a sé stesse e molto poco agli altri, incapaci di attenzione prolungata, disinteressati ai temi più complessi, pronti a sfogare la loro rabbia sulla vittima del momento e che non riconoscono merito e leadership.

Questa vanità quindi è fatta della stessa materia che sostanzia la violenza in rete, le paure, le fake news e il populismo più basso. Materia perfettamente adatta ad originare una politica che può dire tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi giorni senza conseguenze. In questo quadro la comunicazione è una delle ultime barriere ma deve saper affrontare sfide senza precedenti, raggiungere questa massa assente e concentrata su sé stessa richiede un cambio radicale di paradigma. Si deve infilare come un cavallo di troia in questo schema. Un selfie ad esempio è fatto di tre componenti: Soggetto, metamessaggio e contesto. La comunicazione deve calarsi ed interagire con le individualità, polverizzarsi ed imparare ad offrire metamessaggio e contesto. Guai a toccare il soggetto.